Spigole e orate d'allevamento l'eccellenza parla in sardo

SASSARI. Presto andremo in pescheria e chiederemo non tanto in quale mare sia stato pescata quella orata o quella spigola, ma il nome dell’allevamento che lo ha prodotto. Più o meno come succede nelle macellerie quando ci informiamo su come e chi abbia allevato quel tal vitello. Raramente dal bancone del pesce riusciamo ad avere informazioni su ciò che vogliamo portare a tavola.  Gran parte del pesce che mangeremo in futuro proverrà da impianti di acquacoltura: mari e oceani saranno sempre più poveri e quindi dovremo ricorrere ai pesci d’allevamento.  Ma come va il comparto, soprattutto dopo le violente mareggiate che in primavera hanno danneggiato molti impianti in funzione nella nostra isola?  «Sono già partite le istruttorie per gli indennizzi alle aziende dei comparti della pesca e dell’acquacoltura danneggiate dalle recenti calamità marine- assicura l’assessore regionale all’agricoltura Andrea Prato - Complessivamente, a maggio, sono state presentate 43 domande. Si sta provvedendo a definire l’entità dell’aiuto concedibile. Entro giugno si prevede di completare le prime istruttorie e di avviare i pagamenti».  La notizia aveva messo in allarme le associazioni di categoria, compresa la neonata associazione acquacoltori sardi, A.sa, aderenti alla Coldiretti.  L’associazione è nata il 31 marzo scorso e raccoglie le seguenti aziende isolane: La Maricoltura Alghero (orate e spigole), Sea e Service di Alghero (non ancora attivata), Palma d’oro di Stintino (orate e spigole), Sardegna maricoltura di Orosei (orate), Marina 2000 di Calasetta (orate, spigole e saraghi), Maricoltura Calasetta srl di Sant’Antioco (orate, spigole e saraghi), Ittica Zeus (orate, spigole e saraghi), Cooperativa pescatori del Tirso di Torregrande (orate e spigole), Sardinia Sea food Matzaccara ((orate, spigole e saraghi), Gaviano Srl soc. Agricola di Matzaccara (orate e spigole), Compagnie Ittiche riunite srl di Golfo Aranci (orate e spigole), Maricolture sarde srl di Calasetta (orate, spigole e saraghi), società agricola Coghe srl di Cagliari (anguille e muggini), Acquacoltura san Rocco di Perfugas (anguille) e Acquacoltura Monrealfish di San Gavino Monreale (anguille, muggini e spigole striate).  Il comparto sardo genera un fatturato di oltre 20 milioni di euro all’anno e occupa in modo diretto 150 persone.  «L’Asa - dice il suo presidente, l’algherese Mauro Manca- nasce per tutelare in modo univoco e autorevole le istanze di un comparto che rappresenta una realtà importante dell’agroalimentare sardo. Il primo impegno della nostra associazione è quello di promuovere in maniera adeguata l’immagine del pesce sardo e in particolare i buoni prodotti dell’acquacoltura della nostra isola. Le nostre produzioni, che pure rappresentano delle eccellenze a livello nazionale ed europeo, non sono sufficientemente conosciute e riconosciute dai consumatori ai quali vanno trasmesse informazioni corrette e puntuali che consentano di orientare una scelta verso l’acquisto di un pesce sano, gustoso e allevato sotto casa».  Oggi in Sardegna il 70% dei prodotti ittici che arrivano sulle nostre tavole viene dai mercati nazionali ed esteri. Molto del pesce che mangiamo in questo momento viene dall’Africa: quella del Sud ma anche dei paesi del Maghreb e dal Senegal.  Difficilmente, però, si riesce a conoscere il tragitto che fanno i prodotti ittici prima di arrivare al consumo.  Facile, in assenza di regole, trarre in inganno gli ignari consumatori. Una cosa è certa: il comparto ha necessità di regole più chiare e trasparenti. Solo in questo modo si può evitare che vengano venduti come pesci selvatici isolani dei prodotti di allevamento provenienti dalla Grecia (o che, comunque, dal paese ellenico passano per entrare in Europa dopo essere stati allevati in Turchia e nei paesi dell’Africa del Nord). Ed è proprio la Grecia che finora ha dominato il mercato grazie a una politica di prezzi imbattibile.  «Pensi che delle circa centomila tonnellate di pesce consumato in Italia - dice Manca - solo 14 mila tonnellate sono di produzione italiana. Il resto proviene in gran parte dalla Grecia».  Nel 2006 i pesci di acquacoltura prodotti nei paesi comunitari ammontava a 1,3 milioni di tonnellate a fronte di un consumo di 12 milioni di tonnellate. In Italia la quantità di pesce di acquacoltura consumato rappresenta circa il 30 per cento dei consumi totali. Raramente però si riescono ad avere dati certi, dal momento che gran parte dei prodotti ittici consumati provengono dalla piccola pesca e i dati spesso sfuggono alle statistiche. Si pensi solo che al mercato ittico di Cagliari ogni anno si vendono cinquemila tonnellate solo di orate e spigole.  «Ormai è normale andare a comperare la carne dal macellaio - dice Manca- E si tratta di carne di animali allevati, mica di selvaggina. Molti, però, ritengono disdicevole comperare pesce d’allevamento. Ma poichè, sarà sempre più difficile trovare pesce selvatico, cerchiamo di rassegnarci all’idea che mangeremo sempre più spesso pesce di acquacoltura. Anzi, dirò di più, molti consumatori mangiano pesce d’allevamento convinti che sia pesce selvatico. Per carità, a me il pesce preso con la lenza piace moltissimo. Si tratta di carni di pesci cresciuti in anni, lentamente, alimentati con crostacei e quanto di meglio il mare può offrire. Ma posso scommettere sul fatto che il pesce di acquacoltura è sano, anzi può essere più sano e garantino dei pesci selvatici. Non solo hanno più omega tre del pesce selvatico. Quando noi peschiamo le nostre spigole e le nostre orate, subito dopo le mettiamo in ghiaccio e acqua di mare e quindi arrivano a tavola fresche. Soprattutto le piccole barche, invece, non possono garantire le condizioni di igiene e di conservazione di un grande e moderno peschereccio».  Ma vediamo meglio la differenza tra i prodotti di acquacoltura sarda e gli altri. «Intanto lo stato di salute del nostro mare - dice Manca - Mare pulito sano, controllato. Certo in passato i greci mettevano sul mercato orate e spigole a 2 euro al chilo, mentre soli i costi di produzione, per noi superano i 5 euro: quindi sul piano dei prezzi non potevamo star dietro alla concorrenza greca. Ma andiamo a vedere la qualità: le carni delle nostre spigole e orate sono sode e gustose, quelle di altri produttori non sardi hanno spesso carni flaccide e talvolta sgradevoli. Il segreto, dicevo, è nel mare, negli impianti in mare aperto nella qualità della vita che fanno i nostri pesci (massimo 15 chili di pesce in un metro cubo d’acqua) e comunque dentro gabbie da duemila metri cubi. Certo per noi è un rischio tenere gli impianti al largo (si pensi solo al pericolo di mareggiate che potrebbero distruggere i nostri impianti) ma volete mettere la qualità che riusciamo a ottenere? Oltrettutto i nostri impianti sono a basso impatto ambientale e i fondali sono pulitissimi, esattamente com’erano prima di impiantarle le strutture d’allevamnento».  Gli impianti hanno capacità differenti: dalle cento tonnellate di produzione annue di Alghero alle 5-600 tonnellate all’anno di Calasetta e Golfo Aranci. I mercati. In gran parte le aziende dell’associazione vendono il loro pesce in Sardegna ma importanti quantitativi vengono dirottare verso i ricchi mercati del Continente (Milano ma non solo). Curioso come la crisi abbia fatto modificare anche i formati del pesce. Prima al Nord piacevano molto i grandi formati: spigole da un chilo/un chilo e mezzo. Ora la congiuntura ha obbligato i consumatori a ridimensionare le pretese e i consumatori milanesi preferiscono pesci da 3-400 grammi. In Sardegna ieri e oggi si preferiscono formati da 250-300 grammi, quelle che vanno bene per una grigliata mista. A proposito, sapevate che per avere una tale pezzatura, spigole e orate richiedono 16-18 mesi di crescita? Pezzature maggiori richiedono tempi di allevamento più lunghi.   Marchio di riconoscimento  Un modo per tutelare e valorizzare il pesce sardo è quello di apporre una etichetta di riconoscimento ai prodotti isolani. Meglio se il cartellino di riconoscimento caratterizza produzioni sottoposte a un disciplinare che fissa regole precise per l’allevamento, la salute e la qualità del pesce venduto.   Il ruolo della Regione  «Vogliamo - dice Manca- che la Regione investa di più su di noi, ci porti alle manifestazioni nazionali, ci aiuti a sostenere e promuovere questo comparto. E invece, ad Alghero, per esempio, non abbiamo neanche i posti barca che ci consentano di lavorare meglio»

- Pasquale Porcu

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