Sacrificate le produzioni ittiche sarde

I consumatori non riescono a distinguere le produzioni nostrane da quelle che provengono dall’estero. E’ la denuncia fatta questa mattina nel corso di una conferenza stampa dall’Asa, l’Associazione degli acquacoltori sardi, all’hotel Punta Negra di Alghero.
Nei banchi della grande distribuzione sarda le produzioni ittiche locali vengono spesso sacrificate a favore di pesci provenienti da Grecia e Turchia.
“Il 90% dei prodotti in vendita non sono sardi, la giustificazione sta nel prezzo più basso del pesce che arriva dall’estero, ma non corrisponde certo alla qualità” ha spiegato Mauro Manca, presidente dell’Asa.
E’ importante sottolineare che il pescato estero arriva sui nostri banchi vendita anche 15 giorni dopo la pesca, mentre quello sardo in 48 ore. Ma l’aspetto qualificante è che i nostri impianti devono rispettare rigidi protocolli sull’uso di mangimi, mentre in altri paesi vengono usati ormoni per velocizzare la crescita.
L’Asa, che riunisce  i produttori sardi ed ha aderito alla Coldiretti Sardegna, ha assunto come impegno la promozione e la valorizzazione dei prodotti sardi, denunciando  la vendita di prodotti esteri venduti come sardi.
“Questo, oltre a contrarre spazi di mercato ai nostri prodotti, favorisce la speculazione di organizzazioni che ne curano la vendita e crea disaffezione nei consumatori verso i prodotti sardi, che sardi non sono, e che quindi non corrispondono alle aspettative” ribadisce Mauro Manca.

Un esempio chiaro è quello delle anguille. Dall’Olanda sono arrivati nei nostri mercati quantitativi a prezzi imbattibili, che hanno portato alla chiusura di tanti impianti. In Italia dieci anni fa vie erano 54 aziende produttrici, oggi sono 6 e 3 sono sarde. Tuttavia il consumatore non riesce ancora a distinguere il prodotto sardo da quello estero, ed acquista anguille olandesi trattate con ormoni per accelerarne la crescita. Per capire la serietà della situazione basta pensare che con gli ormoni si ottiene un capitone in 8 mesi, nell’allevamento sardo e sano, ci vogliono 2 anni! Si potrebbe continuare con le orate greche o turche, e via di seguito.  “Il pesce sino a oggi è stato, purtroppo, l’ultimo anello della catena alimentare sarda, ma grazie all’unione dei produttori da questo momento avrà il posto che merita, sopratutto per tutelare i consumatori, e gli produttori: dobbiamo influenzare noi la domanda, non possiamo essere produttori in conto commissione, per accontentare margini di guadagno stabiliti da altri” ha rimarcato Luca Saba, direttore regionale della Coldiretti.
Ottime produzioni ittiche, quelle sarde, ma purtroppo poco conosciute e riconosciute dai consumatori, ai quali deve arrivare invece una corretta informazione per orientarli verso l’acquisto di un pesce sano, gustoso e allevato in Sardegna.

I numeri dell’Asa
L’Associazione degli acquacoltori sardi è un organizzazione che raggruppa 17 aziende isolane, il 70% dei produttori.
La produzione di pesce supera i 35.000 quintali all’anno, un fatturato di oltre 20 milioni di euro, destinato ad aumentare nei prossimi anni, ed occupa in modo diretto 150 persone.
Vengono allevate orate, spigole, anguille, saraghi, muggini, ombrine, trote e ostriche.


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